Un sorso di birra

aprile 11, 2014

La osservavo. Ne osservavo ogni movimento, non solo quelli macroscopici, cioè, osservavo come gesticolava, certo, teneva il braccio sinistro sollevato e piegato anche quando stava ferma e zitta. Ne osservavo a fondo i movimenti muscolari, vedevo come, a un certo punto, dopo l’ennesimo sorso di birra, i suoi occhi si rimpicciolivano e continuavano a ridere e la sua bocca, quella, non la controllava più. Non riusciva a non parlare e a non far ciondolare la testa, era ridicola. Ma la guardavo, anche quando non mi interessava vederla. Perché questa è la verità: a me non interessava vederla, solo che era sempre là, sempre davanti a me e avrei voluto dirglielo, una volta, prima o poi, avrei voluto dirle “perché ti ritrovo sempre davanti a me”. Non le avrei detto però che a furia di osservarla avevo stabilito che si truccava troppo, che senza tutto quel colore forse sarebbe stata meglio. Mi era capitato perfino di sognarla, era diventata un’ossessione che nemmeno volevo. Nel sogno non mi aveva parlato. Si era piazzata davanti a me scivolando nei piccoli spazi vuoti tra la gente che mi circondava, accalcata. Mi aveva sorriso e mi ero svegliato di colpo, sudato, disgustato. Una sera poi mi si è avvicinata, mi ha preso di mano la birra, ne ha bevuto un sorso e con gli occhi piccoli me l’ha restituita dicendomi “adesso portami a ballare”.

non una storia

febbraio 11, 2013

Si era seduta quasi sulla riva, vestita, stivali, jeans, cappotto. Aveva anche una sciarpa e una cuffia, per ripararsi dal freddo. Si era seduta a fissare il torbido dell’acqua gelida di gennaio e si lasciava perforare la testa, da parte a parte, dai pensieri, dai buoni propositi abortiti appena un attimo dopo averli stabiliti.

Si era levata uno stivale, quello destro, quello del piede col collo più regolare, togliendo dall’interno un sassolino che sentiva esattamente là, sotto il terzo dito, ormai da settimane ma, ancora, non si era premurata di rimuovere. Era rimasta con lo stivale in mano, qualche secondo, sprofondando nella sabbia umida.

Mentre compiva il gesto di calzare nuovamente lo stivale si fermò e invece tolse anche il sinistro. Levò via anche le calze e avvicinò le dita all’acqua. Poi si bagnò le piante dei piedi. Rimase così, diversi minuti a osservare le unghie diventare viola per via del freddo. Voltò la faccia verso destra, verso ovest e non riusciva a ricordarsi quale paesaggio osservasse quando ancora c’erano le case dei pescatori. Eppure aveva guardato un’infinità di volte. Pensò che, in fondo, svestirsi non sarebbe servito e che non sarebbe stato quello il giorno in cui sarebbe entrata in acqua.

Potremmo sposarci

agosto 11, 2012

“… potremmo sposarci.”

non suonava come avrebbe dovuto, potremmo sposarci presumeva almeno un se, potremmo sposarci se facesse bel tempo, per esempio. Ma non era come sposami! O vuoi sposarmi?
Di punto in bianco, guidava e “… potremmo sposarci”. Dov’erano le candele? La musica romantica? Almeno un bicchiere di vino, un anello. Sarebbe bastato anche solo un sorriso. Potremmo sposarci, tu cosa ne pensi? Neppure riusciva a spiegarselo perché l’aveva detto, senza controllo, senza pensarci. Erano venute fuori dalla bocca così, quelle due parole: potremmo, sposarci. E l’aveva detto che guardava la strada, non i suoi occhi. Potremmo sposarci.

“come dici?”

se tre anni insieme non fossero abbastanza per conoscersi. Potremmo sposarci.

“dico che potremmo sposarci, io e te. Un matrimonio, dico”

e ancora non aveva detto vuoi sposarmi? come ogni donna, pensava lui, avrebbe voluto sentirsi dire.

Accostò al marciapiede, scese dalla macchina di corsa per aprirle la portiera, in un tentativo estremo di romanticismo andato a male, lei aveva già un piede per terra e lo guardò sorridendo sorpresa e compiaciuta.

La prima volta che lo notarono sotto quel lampione stavano insieme da qualche mese. Aveva appena parcheggiato, motore ancora acceso, e prima che lei aprisse la portiera per scendere dalla macchina e infilarsi dentro il portone del suo palazzo le afferrò la sciarpa e la tirò a sé e mentre la avvicinava per baciarla lei sgranò gli occhi eccitata e gli indicò un punto dall’altro lato della strada.

“Guarda sotto quel lampione. Un uomo. È fermo lì, lì, lo vedi? Sembra ci stia osservando”.

Anche lui si girò e lo vide, anche se non capiva per quale ragione un uomo, o una figura di uomo, con berretto e visiera, immobile, sotto un lampione, dovesse stare lì a osservarli.

“Non sta guardando noi” “… sì, ma… se lo stesse facendo? Non andartene finché non chiudo il portone.” che voleva dire ok niente pomiciata, adesso vado e buonanotte.

Tutte le sere lui parcheggiava l’auto con i vetri ancora appannati sul lato della strada proprio davanti al suo portone e guardando dall’altra parte, quella dove tra le colonne dei palazzi si intravedeva la chiesa e il campo da calcio del quartiere, dall’altra parte lo vedevano. Stava sempre immobile e pareva li aspettasse, con il suo berretto con visiera. La luce arancio del lampione lo investiva lasciando intravedere solo la silhouette, quella di un uomo con un giubbotto e un berretto con visiera, che teneva la testa chinata di tre quarti sopra la spalla destra. Lo vedevano sempre così. Nel tempo avevano smesso di vederlo e iniziato a guardarlo.

“Magari ha un cane, potrebbe essere che aspetta il suo cane mentre va a fare pipì e si poggia su quel lampione…” “Sempre sullo stesso lampione?” “Guarda! Guarda! Sta fumando! Non ti sembra abbia una sigaretta?”.

Per mesi la riaccompagnava a casa la sera, dopo essere stati al cinema, dopo aver cercato di fare sesso tra i pedali freno frizione e acceleratore, dopo aver camminato per le vie della città senza dirsi una parola stringendosi la mano.
Tutte le volte si fermavano, lo guardavano e fantasticavano su di lui, una moglie e figli? Un tossico senza casa? Un pusher, certo, forse era uno spacciatore che dalle undici di sera fino alle quattro del mattino stazionava sempre sotto lo stesso lampione per cercare di piazzare le sue dosi. Magari aveva clienti fissi e quello era diventato un quartiere malfamato, proprio a un passo dalla chiesa dove ogni domenica Padre Paolo benediceva le famiglie e ricordava ai giovani che Dio aveva dei progetti per loro, a un passo dal campo di calcio dove la squadra dei bambini si allenava e sognava un futuro di successi, sacrifici fisici e belle macchine.

Col tempo avevano imparato a giocare con lui, a distanza. O a giocare, e basta. Lo trovavano sempre fermo lì alle quattro del mattino, alle undici di sera, non importava, lui la riaccompagnava a casa e lui c’era, e lo salutavano come idioti dal vetro della macchina, certi che non li vedesse, giocavano a toccarsi e farsi guardare da lui mentre si baciavano, e lei rideva, come riderebbe chi sa di essere guardato. Poi lei scompariva dentro il portone.

Lei una volta, ma a lui non l’aveva detto mai, aveva attraversato la strada. Era prima scomparsa dentro il portone, aveva acceso la luce delle scale del palazzo come faceva sempre e mentre le luci si accendevano aveva già fatto un balzo oltre la prima rampa di scale, e lì si era fermata. Aveva atteso di sentire ripartire la macchina e lentamente era scesa giù. Aveva aperto il portone e attraversato la strada, ma l’uomo con il berretto non c’era già più, e, delusa, era tornata indietro.

Lui una volta, ma non gliel’aveva raccontato mai, aveva aspettato che lei scomparisse dentro il portone e accendesse la luce delle scale del palazzo ed era ripartito, anziché proseguire dritto verso casa aveva fatto inversione di marcia intorno a una rotonda ed era tornato indietro sull’altro lato della strada, dall’altra parte dell’aiuola spartitraffico. Aveva costeggiato il lato della strada che dava sui palazzoni le cui colonne lasciavano intravedere la chiesa e il campo di calcio, ma l’uomo col berretto non c’era già più, e si era convinto che quell’uomo che li aspettava ogni volta sotto il lampione fosse uno stalker, qualcosa del genere. Ma, davvero, questo non glielo avrebbe mai detto.

Mentre la stava baciando lei aprì gli occhi e si allontanò e gli fece notare che non c’era, l’uomo con visiera. Si resero conto entrambi in quell’istante che era già da un po’ che non notavano la sua presenza.

“Se n’è andato” aveva detto lei.

Lui ne approfittò per ritornare sul suo discorso “non mi hai detto che ne pensi”

“Di cosa?”

“… sposarci”

Lo guardò, gli sorrise e gli diede un bacio sulla guancia destra.

“Ne parliamo domani. Buonanotte.”

La guardò di nuovo infilarsi dentro il portone e aspettò di vedere accendersi la luce delle scale, prima di ripartire e tornare a casa.

Memorie di un arrotino

luglio 11, 2012

C’è un qualcosa di nobile in quello che faccio. Non è una verità in assoluto, dico solo che, secondo me, è nobile essere qualcosa per ragioni che trascendono la necessità. E per necessità intendo proprio l’esigenza. Mi spiego meglio.
Poniamo che nella vita io scelga di fare il manovale. Possono essere diverse le ragioni della mia scelta. Una di queste è quella di mettere in tasca dei soldi; la necessità, l’esigenza. A cosa poi servano quei soldi non è importante. Ma certo, una cosa è che li usi per sopravvivere, pagarci un affitto e comprarci il pane, altra cosa è che io viva come un parassita e utilizzi quei soldi, che so io, unicamente per bere al bar con gli amici, magari senza nemmeno invitare loro una birra ogni tanto. (Ridete adesso, vero? Come se voi, nella vostra cerchia di amici, non aveste quello che non paga mai.) Non importa che lavoro faccia, quanto guadagni al mese; è una questione di principio, credo. Un desiderio di condivisione, o di compiacimento. Mah, forse la stiamo facendo troppo lunga, può essere che sia semplicemente una questione di educazione o, se preferite, di delicatezza. Offrire anche solo una gomma da masticare, qualche volta, invece niente, lo zero più assoluto.
Tornando al manovale. Poniamo che io abbia ricevuto miliardi in eredità, oppure abbia vinto alla lotteria e sia sistemato per la vita. Ma fare il manovale è una cosa che mi intriga, e poi sto dalla parte degli operai, e un manovale ha un suo ruolo nella società. Aggiusta, fa, costruisce, esegue; un uomo che ereditasse una fortuna avrebbe solo i soldi e nessuna dignità che gli provenga dal lavoro, nessuna collocazione. Per questo decido di voler essere un manovale. A ben vedere anche in questo caso c’è la necessità di cui accennavo prima: la necessità di sentirmi in un certo senso inserito, quadrato. Giusto, retto. Non è la nobiltà alla quale mi riferivo inizialmente, no, non ancora.
Il terzo caso è che tu ti senta un manovale, nella tua interiorità. Cazzo, sono cose di una certa rilevanza queste. Tu manovale ci nasci, ok? Senti che non potresti essere mai nient’altro se non un manovale. È quello che sentivi avresti fatto fin da bambino, e lo fai. Non che la necessità qua non c’entri, ma è diverso. Non parlo più di esigenza, parlo ora di urgenza. Come quella dell’artista, che crea perché ha l’urgenza di creare. Scegli di fare il manovale perché è l’unica scelta possibile, qualunque altro mestiere non sarebbe una scelta ma un ripiego. Paradossalmente si tratta anche di una non scelta perché quando ci si mette il destino, o la predestinazione, non c’è niente da fare. Non puoi scegliere di essere qualcosa di diverso perché tu puoi essere solo un manovale e davvero, nient’altro. Si capisce, sono un fatalista, non credo che ognuno sia artefice del proprio destino. Ritengo più probabile che siamo tutti vittime del nostro destino. Avete presente quelli che non riescono a realizzarsi in alcun modo? Se state pensando che sia perché non sono riusciti ad assecondare il proprio destino, o perché siano stati incapaci di costruirsene uno, dico, be’, possibile. Però secondo me, che detto tra noi sono una persona qualunque che non ha pretese di alcun tipo, di essere un guru, un illuminato, uno che ha capito tutto della vita, dicevo, per me, ecco, il destino di quelle persone era proprio quello di essere dei falliti. La ragione per cui esistano persone destinate a fallire, be’, quella non la conosco. E non ho neppure voglia di domandarmi quale sia, questa ragione. Tempo sprecato, quando invece posso occuparmi di ben altro. Quando non si hanno risposte è meglio non porsi domande. È la mia filosofia, questa, che fino a ora ha pagato bene, pagato profumatamente.

Questa faccenda delle domande e delle risposte, come ci sono arrivato. È una lunga storia (dicono tutti così, per darsi un tono, l’avete notato?) ma se avete tempo…
Fatto sta che ero in autostrada. Ero giovane e percorrevo l’autostrada. Avevo deciso di fare un viaggio da solo, con la macchina nuova. Tutto era perfetto, giornata splendida per mettersi in marcia , sole, cielo azzurro e caffeina quanto basta. Conduco una vita sana, frequento regolarmente la palestra, non fumo, niente droghe, giusto qualche birra (pago io, eh, potete stare tranquilli) ma la caffeina, quella è ineliminabile dal mio organismo. Ne sono praticamente schiavo. Mi piace da matti. Non so bene cosa sia a farmi impazzire, se l’odore del caffè, o il suo colore, o il sapore, o l’attesa nella sua preparazione. Ma la caffeina, quella è davvero ineliminabile dalle mie giornate. Dicevo, ero in autostrada. Mi concedo anche il lusso di premere sull’acceleratore, uau, adoro guidare. Poi, a un certo punto, davanti a me si presenta un incolonnamento di macchine da farti passare la voglia di esistere. Mi fermo, tengo il motore acceso, lo spengo dieci minuti dopo. Via di autoradio, è da lì che capisco che è successo qualcosa di grosso. Un gran brutto incidente. Quel tratto di autostrada è un tratto importante, trafficatissimo, siamo in pieno giorno, venticinque macchine coinvolte, cristo, venticinque automobili, un tir e tredici feriti gravi. Quattro morti. Il carico del tir svuotato completamente sulla carreggiata, impossibile transitare. Si capisce che il servizio d’ordine è completamente inefficiente, blocca la strada qualche chilometro prima, costringi a una deviazione, no? No. Ora ci sono chilometri di coda infinita, che non può essere smaltita perché l’olio che il tir trasportava è ora lì, sull’asfalto, e l’odore, pensavo, dev’essere come di frittura. C’era un gran caldo, mi immaginavo la strada come la padella sulla quale mia madre cuoceva le fettine, piena di olio che al sole si scaldava e saltellava. Per un attimo, lo ricordo benissimo, ho immaginato anche i corpi dei feriti friggere sull’olio caldo versato sull’asfalto. Una risata grottesca mi è risalita su per lo stomaco, non era bello, non si dovrebbe ridere gratuitamente di certe tragedie. Li immaginavo come tanti bacon, lì, in attesa di essere cotti a puntino e poi essere distribuiti da qualche fenomenale catena di ristoranti fast food. In macchina era ormai caldo, da morire. Decido di scendere, fare quattro passi tra una macchina e l’altra, tutti imbestialiti, gli automobilisti, tutti inferociti. Eravamo bloccati lì, mi pareva che rassegnarsi fosse la mossa più acuta da giocare. Niente ulcere, niente nervoso, stare calmi e rassegnati, che altro avremmo potuto fare?
In ogni caso, quel giorno avrei voluto avere il vizio del fumo. Le sigarette in fondo tengono compagnia, no? Riempiono i vuoti delle giornate, è corretto? Un tiro e via fino alla prossima, ma ho sempre tenuto troppo alla salute. Il rischio di un cancro, no, non se ne parlava. E le scale di casa degli zii, come avrei potuto affrontarle, fossi stato un fumatore? Poi quell’alito da tabagista, mi sono convinto disturbi i rapporti sociali, è possibile? Un mio zio morì di cancro. Fumatore. Fumatore incallito. Un giorno gli venne una tosse che sembrava una bronchite e lui mica si precipitò a farsi vedere dai medici. Se la tenne, la tosse: stoicamente, secondo lui. È solo una tosse, diceva. Se la tenne, stupidamente, dico io. Quando morì fu per cancro alla gola. Perché dopo tre mesi decise di farsi visitare, ma ormai c’era davvero poco da fare. Però sì, avrei voluto fumare. Per passare il tempo. Altrimenti sarebbe finita come già sapevo sarebbe finita, avrei iniziato a farmi domande. Tipo che odore ha il sangue mescolato all’olio sull’asfalto e come sia possibile che in un attimo, bang!, la vita finisca senza un motivo per quattro persone contemporaneamente. Magari uno ha un malore al volante e carambola sulle altre auto e il tuo ultimo pensiero quando la tua testa va a sfondare il parabrezza è “perché a me?”. Quanto spreco di carne, di vita, di respiri, di ricordi. Al radiogiornale spiegavano che uno dei morti era stato catapultato davvero fuori dal parabrezza e aveva terminato la sua corsa sotto le ruote del tir. Cazzo. Fuori dal parabrezza e sotto le ruote del tir. Fuori dal parabrezza, cazzo, significa che lo hai sfondato quel vetro. Prima la testa sfracellata contro il vetro, come se passasse attraverso un tritacarne, e poi sotto il tir, come quando il macinato viene spianato e lisciato per produrre quegli ottimi hamburger che si accompagnano al bacon. Quel giorno iniziai a domandarmi perché, perché tutto quello spreco di carne così ingiustificato, non programmato. Colpa del destino? Era plausibile. Rimasi scosso, rimasi mesi a rifletterci, fino a quando decisi che non avevo risposte a queste domande, tanto valeva interrogarmi.

Capite, in confidenza, è l’impotenza che mi porta a non farmi domande. Un evento da non sottovalutare. Funziona spesso come alibi. Anche il non riuscire ad andare oltre gli alibi è impotenza. Tutto questo per spiegare come sono arrivato al destino, o a quella cosa che io chiamo destino, e alla mia filosofia di vita.

C’è una certa nobiltà in quello che faccio. Perché non è un’imposizione derivata da un ruolo che è necessario io assuma nella società, non deriva da nessun bisogno materiale o fisico. Se anche voi siete o fate qualunque cosa solo per realizzazione del vostro io, dico, siete fortunati. Ma credete siano tutti fortunati come noi, al mondo?
Ciò che sono non mi dà da mangiare, è chiaro (l’arte ha mai reso ricco qualcuno?), perciò mi occupo di altre cose. Ho studiato all’università, l’ho lasciata prima di terminarla perché avevo trovato un impiego. Un dolore per i miei genitori, ma avevo preferito così. Continuare a studiare non era interessante, non fino a quel punto. Ho trovato lavoro come impiegato presso una grossa azienda. Non un impiego di responsabilità, più da manovale, forse: c’è da fare e io eseguo gli ordini. Tutto sommato mi piace, mi piace spostarmi ogni mattina di due passi dalla mia scrivania e raggiungere la macchinetta del caffè, è una delle azioni più complesse che svolgo. Tutto il resto è compilare, sistemare, rispondere al telefono, riempire post-it gialli di annotazioni che riporterò su un verbale quotidiano a fine giornata. Con queste semplici mosse mi mantengo. Vivo da solo, in un appartamento niente male. Non ho mai acceso un mutuo per acquistarne uno mio, la proprietà mi spaventa. Dovrei avere qualcuno a cui lasciarla dopo la mia morte e mi può capitare di morire d’improvviso, senza che io ancora abbia deciso a chi lasciare la mia casa. Come nell’incidente sull’autostrada. Non voglio che mentre la mia testa è in fase di triturazione tra vetri e lamiere il mio ultimo pensiero sia “vaffanculo, avevo appena cambiato le tende del bagno e forse azzurre stavano meglio che arancioni” o “vaffanculo, proprio ora che avevo finito di pagare il mutuo”. Questo non è un rischio che mi sento di correre. Perciò pago un affitto, la casa non è mia, ci vivo e ne dispongo nella sua totalità e continuerò a disporne senza problemi fino a quando pagherò regolarmente.

Ma divago, mi rendo, conto, sto divagando. Insomma, c’è una certa nobiltà in quello che faccio, come è nobile l’arte di creare qualcosa che prima non c’era. O che forse c’era ma in altra forma e compito dell’artista è ordinarlo, farlo venire fuori dal caos in cui prima era immerso. Potrei discutere ore su come l’arte esista a prescindere dall’artista. L’artista ha solo il compito di renderla comunicabile.
Ecco, divagavo di nuovo. Lavoro come impiegato quando la mia indole è un’altra. Ma l’affitto, con il mio destino, non lo posso pagare. Scoprire di essere ciò che sono potrebbe essere simile a quando scopri di essere gay, la paura dei pregiudizi, di non essere accettati. Quando scopri cosa sei a sedici anni pensi di non essere pronto, o pensi che il mondo non sia pronto per te. A volte sono stato sul punto di spiegare ai miei genitori ciò che ero, ma non l’ho mai fatto. Me ne sono andato via di casa, prima per studiare e dopo grazie al lavoro, per non cadere mia più in tentazione, per non avere mai più voglia di rivelarmi, e anche perché vivere da soli è tutta un’altra cosa. Poter lasciare i piatti da lavare sporchi nel lavello per giorni ha un gusto dolce, particolare, sì, dolce e un po’ speziato come quello della cannella. Certo, c’è da farsi il bucato, e cucinare, e fare la spesa, e le bollette. L’aspetto buono è che puoi lasciare aperta la porta del bagno mentre ti fai la doccia, se ti va, perché nessuno passerà da quelle parti.

Non avete idea di quante volte abbia sentito scomodarsi luminari per tentare di spiegare cosa muova quelli come me. Che poi, quelli come me… una categoria indefinita, senza un nome e un’identità, nessun partito politico a rappresentarti, nessun sindacato che lotti per i tuoi diritti. Dico, non ce n’è bisogno, ve l’ho spiegato, è una questione di elezione, non di collocazione nella società. Già mi immagino se dovessi andare in giro con appresso un talloncino dove dichiaro il mio stato: assassino. Ammazzare la gente, o ci nasci o non lo farai mai. Essere un assassino, come lo sono io, comporta delle responsabilità; non puoi scegliere le vittime a caso. Se per elezione, per destino, io sono un omicida, è certo che ci sia qualcuno che sia nato vittima. No, non puoi scegliere le vittime a caso. È una continua ricerca ovunque, in banca, al supermercato, alle poste, in fila a un semaforo, ti guardi intorno e lo capisci da uno sguardo, da un gesto, da una parola anche detta sotto voce. Anche loro lo sanno di essere nate vittime e quando si incrociano, gli sguardi, gli occhi miei con quelli della mia vittima c’è come un cercarsi terrorizzato perché è inevitabile. È troppo intimo da spiegare a parole. Avete presente due amanti? Quando si scelgono, ancora prima di corteggiarsi. Si guardano e lo sanno che di lì a poco sarà un costante cercarsi e fuggirsi. È così che mi capita, è così che vanno le cose. Li trovo, i miei amanti, li seguo e li studio per giorni, i mie compagni di destino. Non avete idea, no, che non ne avete, di quanto a volte sia dura sottrarli dalle loro esistenze, così normali, così transitorie. Qualche padre strappato ai suoi figli, qualche figlio strappato alla propria madre. Qualche barbone che finisce per ringraziarmi ché lui ci è finito barbone perché già sapeva e quando sai credo non valga neppure la pena di fare progetti: ti siedi e aspetti. Tu nasci e cresci genio matematico, e assecondi la tua indole, altrettanto fa chi nasce musicista o poeta, chi nasce soldato va a combattere guerre, un eroe, no? Io un misero omicida. Chi nasce politico, statista, ladro, chi nasce idiota. Ci si può nascondere, ma cambiare, cambiare no.

Niente armi da fuoco, beninteso. Le armi da fuoco sono cattive compagne, escludono il contatto fisico, quel contatto che hai cercato nei lunghi corteggiamenti alle tue vittime. Se hai una pistola puoi uccidere da una certa distanza, che vigliaccata. Li devi avere vicino, li devi vedere in faccia e loro devono vedere te nell’istante esatto in cui il vostro destino si compie. Tu assassino, loro vittime. Devi essere capace di assumerti le tue responsabilità, sì, sono io che ti sto conficcando il tuo meraviglioso coltello da cucina nel petto, sì, sono io che ti sto recidendo la giugulare. Non crediate che lo faccia per chissà quale sadico piacere. Ci sono nato così, la mia è una semplice questione d’urgenza.

Si sposa

giugno 11, 2012

1.

“Joanie si sposa”

che hai detto?

“Ragazzi, Joanie si sposa!”

Carl ha il difetto di arrivare in ufficio sempre cinque minuti dopo gli altri e il pregio di farti sempre sorridere mentre ti impegni a sistemare le prime faccende della giornata. Buongiorno Carl.

Attacco i primi due post it gialli scritti a penna rossa.

Joanie si sposa, che novità. Una risata coglie tutti quanti in ufficio, tutti insieme. Maliziosi. O contenti al pensiero del buffet che ci aspetta tra qualche tempo.

Joanie è la segretaria del capo. Con questo fanno tre. Tre matrimoni, dico. È la nostra Joanie, una ragazza allegra, spiritosa, chiacchierona, frivola, di quelle che ti guardano un po’ così, col sorriso sempre sulle labbra. Un sorriso che sembra più una maschera, una paresi facciale, a ben vedere. E tu con la stessa paresi rispondi al suo sorriso, al suo buongiorno che vuole essere una carica di energia per tutta la settimana e invece è così stridulo e fastidioso. Povera Joanie, ci mette tutta la sua gioia, non si rende conto che la sua voce, di primo mattino, suona peggio di una strizzata alle palle. E allora: paresi facciale, buongiorno Joanie, e lei tornerà alla sua scrivania, tra le sue carte, i suoi telefoni, le foto ornamentali su pareti e separet, al suo computer, al suo schermo con fondo rosa, ai suoi profumi e ai suoi capelli lisciati.
Se la state immaginando bionda, con le labbra laccate di qualche gloss rosa, la gonna corta, un golfino rosa che lascia intravedere il seno, insomma, così banalmente bionda e svampita, beh, vi sbagliate. Non sullo svampita, quello è corretto. Sul biondo. Joanie ha un caschetto nero e un corpo esile, per niente formoso, non ha nemmeno le tette rifatte. E ha una voce fastidiosa, già l’ho detto. Potrebbe essere una ragazza bella, senza trucco. Ma caricata della sua bigiotteria fai fatica a riconoscerle perfino il collo. Tutto sommato è simpatica, e generosa. Le piace ridere, si vede.
Ha trentacinque anni, è la segretaria del capo da almeno dieci, ed è prossima al suo terzo matrimonio. L’ultimo, il secondo, è durato più del primo. Queste cose le so perché ce le ha raccontate lei. In ufficio siamo tutti uomini, a parte Joanie; ogni tanto, la sera, capita di andare a berci qualche birra tra di noi. I miei colleghi hanno tutti famiglia, qualcuno è solamente fidanzato, ma a cadenza quasi fissa, tipo ogni due settimane, ci vediamo tra di noi e ci ubriachiamo di birra e risate in un pub vicino l’ufficio. Finiamo al lavoro e ci dirigiamo dritti verso il pub, qualche patatina, qualche hamburger e birra il tanto giusto da stamparti il sorriso del Joker sul volto. Presente la faccia del Joker? Jack Nicholson, ovviamente, gli altri joker non li ricordo. Tiri gli angoli della bocca verso l’esterno, più che puoi, e poi da quella posizione verso l’alto: più o meno è quello che ci succede quando beviamo qualche birra insieme io e i miei colleghi, io e i miei amici. Joanie è venuta con noi diverse volte. All’inizio la si invitava per cortesia, poi per scoprire qualcosa su lei e il capo quando fosse stata ubriaca, da un po’ di tempo bisogna ammettere che è diventato un piacere, nonostante ogni santissima volta si finisca per accompagnarla a casa o sorreggerle la testa mentre vomita birra hamburger e patatine in quest’ordine sulle ruote di qualche auto in sosta. La sua voce, dopo un po’ di malto, è meno insopportabile, quasi dolce. Forse perché le si impastano le parole, benché strilli di più, forse perché tanto siamo tutti storditi e in fondo non la ascoltiamo nemmeno e la sua voce è come il più bruttino della classe fuori fuoco nella foto ricordo del liceo, che quando poi da adulto la riguardi pensi che, alla fine, non era neppure così brutto.

La prima volta Joanie si è sposata che aveva vent’anni. Era ancora al college e lui ne aveva mi pare di ricordare qualcosa come cinque in più di lei. Joanie, si capisce, è sempre alla ricerca del grande amore, una sognatrice. Si è sposata per amore dopo soli cinque mesi che uscivano insieme. Si è sposata perché ha paura di restare sola, penso, perché non ti innamori così facilmente e ancora meno ti sposi con uno che conosci appena, che dopo sei mesi che siete sposati prende a girare filmini delle vostre giornate di sesso per poi spacciarli agli angoli delle strade o nei dormitori del college insieme ai pacchetti di marjiuana. Quando l’ha scoperto, Joanie, ha lasciato il college. Tutti ormai conoscevano ogni angolo del suo esile corpo e sapevano dove le piaceva essere leccata, picchiata e tutto il resto. Queste cose le so perché me le ha raccontate lei una volta che l’ho riaccompagnata a casa ubriaca dopo una delle uscite tra colleghi. Io non le ho mai raccontate a nessuno ma ho come l’impressione che anche gli altri sappiano, a turno l’abbiamo riportata a casa tutti quanti e magari questo è il suo monologo preferito, quello che le piace declamare con l’alito che sa ancora di vomito.

“Carl ma che ne sai, chi te l’ha detto?”
“Joanie stessa, ieri sera”
“Joanie? Ieri sera?”

E tu, Carl, che ci facevi con Joanie ieri sera?

“Pronto?”. Faccio cenno a Carl con la mano perché non racconti tutto mentre sono impegnato nella prima telefonata della mia giornata lavorativa. Cristo, Carl, guarda la mia mano, non proseguire, attendi almeno venti secondi. Metto giù la cornetta e appunto su un post it rosa con la penna rossa.
“Che ci facevi con Joanie ieri sera?”. Ora non so se ridiamo di più per Joanie che si sposa o per Carl, ieri sera, con Joanie. Che poi è una risata di imbarazzo, si capisce, e di curiosità, morbosa. Roba da uomini. Cazzo ci faceva Carl con Joanie ieri sera?
“Figli di puttana, voi subito a pensar male, eh? Niente ci facevo con Joanie! Niente! Mi ha chiesto un passaggio quando siamo usciti dall’ufficio, doveva incontrarsi con delle amiche. L’ho portata fino al luogo dell’incontro, mi ha offerto un drink mentre aspettava al bar le altre che appena sono arrivate le sono corse incontro con quei gridolini fastidiosi, avete presente, che emettono le donne quando sono eccitate. Le urlavano “Forza! Fai vedere! Uh, ma quant’è bello! Uh, ma com’è grosso!” mentre invidiose sbavavano davanti all’anello.”
Se ci penso bene, ieri, in ufficio, non avevo notato niente di diverso in Joanie. Un paio di jeans strettissimi, una camicetta rosa nemmeno troppo aperta ma no, nessun anello. Nemmeno se mi sforzo di ricordare. A dire il vero è una sorpresa anche che Joanie frequentasse qualcuno, avesse un uomo e delle amiche con cui si incontrava al di fuori dell’ufficio, al di fuori delle bevute tra colleghi. Pensavo che non sapevo questo di lei. Mi ero sempre perso a pensare a Joanie che faceva lavori per il capo. A volte lei scompariva dentro il suo ufficio per minuti interminabili. Il nostro capo, un sessantenne in piena forma, abbastanza affascinante, sposato. Quando Joanie entrava nell’ufficio del capo noi pensavamo che gli facesse dei pompini. Uomini. Maliziosi. È che Joanie è una servizievole che fa di tutto per far star bene gli altri, nei limiti del possibile. Non intendo una facile, no, no, è sempre alla ricerca del grande amore… non ricordo nemmeno quando iniziammo con queste congetture. È che lui, il capo, apriva la porta della sua stanza e la chiamava perentorio, lei si alzava dalla sua scrivania davanti all’ingresso della stanza del capo e entrava dentro, non senza aver prima dispensato uno dei suoi sorrisi a chiunque avesse incrociato il suo sguardo. Da lì partivano le nostre fantasie. Le solite cose banali: Joanie che guarda il capo, lui che la invita “avanti, Joanie”, lei che si inginocchia mentre porta giù i suoi pantaloni e gli fa un pompino. Niente di eclatante, cose che si vedono un po’ dappertutto, routine, normale amministrazione in un ufficio. Quando poi Joanie tornava al suo posto non aveva perso il sorriso, ma decisamente il capo aveva un’aria più soddisfatta di prima.

Carl si siede al suo posto, noi continuiamo a ridacchiare per la situazione, lo so che stiamo tutti pensando a Joanie che fa pompini al capo, è sempre così. Forse di lei non abbiamo mai pensato nient’altro, solo che era un po’ svampita, che aveva un enorme bisogno di essere amata e che faceva servizi al capo. Ma che fosse di nuovo fidanzata, che avesse delle amiche no. Questo no. La immaginavamo sola, depressa, nel suo bilocale ogni tanto al telefono con la madre lontana.
“Il terzo matrimonio, e brava la nostra Joanie.” continua Carl.

Il suo secondo matrimonio era stato più felice del primo. Quando aveva lasciato il college aveva trovato lavoro come cassiera in un supermercato. Era un disastro, cioè, continua a esserlo anche ora ma i danni che può combinare, per le mansioni che svolge, sono limitati. Successe che un giorno, e queste cose le so perché ce le ha raccontate lei, faceva il conto a un tipo che aveva comprato del vino, pane, delle uova, qualche fettina, verdure. Joanie sorrise a questo tipo, era molto bello, dice lei, e gli sorrise con il suo solito sorriso, quello della paresi facciale. E mentre gli sorrideva il gesto meccanico di spostare il braccio una volta registrato l’acquisto per poggiare il prodotto alla fine della cassa non andò a buon fine, presa com’era dalla bellezza dell’uomo. La bottiglia di vino le sfuggì di mano, rimbalzò sul piano della cassa finendo per terra, ai piedi del cliente. Si ruppe, nessuno si fece male, ma il cliente ebbe i pantaloni color senape completamente macchiati dagli schizzi di vino. Joanie mortificata insistette perché la seguisse nei bagni del personale di modo che potesse dare una ripulita ai suoi pantaloni. Lui la seguì. Una volta nei bagni, invece che ripulirgli i pantaloni, lei lo baciò. Scoparono nei bagni del personale. Si sposarono qualche mese dopo, tre anni dopo il primo matrimonio di Joanie. Questa volta durò parecchio, sei anni. Lui la tradiva con una bionda quarantenne, lei sapeva, sapeva e sopportava, per amore, per paura di restare sola, credo. Alla fine lui la lasciò. In seguito all’incidente del supermercato Joanie perse il posto, aveva la testa tra le nuvole, troppo per quel lavoro e giunse qua dopo un gran cercare. Chissà se i pompini al capo aveva iniziato a farli quando era ancora sposata.
“non dovremmo ridere così, se ci sentisse… “
Se ci sentisse. Ma dov’è Joanie stamattina? Lascio da parte i post it per un attimo e mi dedico metodicamente al primo caffè. La macchinetta del caffè è proprio vicino alla postazione di Joanie. Dov’è Joanie stamattina? Presa dai preparativi, piccola Joanie, Joanie innamorata, ti sposi, così, senza preavviso. Mentre la caffeina si ripartisce in porzioni uguali tra i miei sensi mi auguro che per Joanie questa sia la volta buona. Ha avuto sfortuna con gli uomini. O non è stata abbastanza attenta, come se si potesse fare attenzione, quando si è innamorati. Come se si potesse fare attenzione quando si cerca disperatamente qualcosa. Come se si potesse stare attenti quando si spera di non restare soli. Ma dov’è Joanie stamattina? Ancora non si è vista.

2.

La stanza non era ben illuminata e le tendine appese alle finestre apparivano di un rosa ormai appassito. Per essere un bilocale sembrava molto ben arredato anche se la poca luce e la polvere nascondevano il buon gusto della mobilia. Il divano della sala, davanti alla tv, doveva essere stato un bel divano, comodo. Ora coperto di rosa e fumo di sigaretta, impregnato di sudore e solitudine, aveva l’aria di chi vuole abbandonare ogni resistenza e lasciarsi andare alla fine. L’odore della nicotina era dappertutto, nel divano, nelle tendine appese alle finestre, nel legno del tavolo da pranzo, perfino nelle padelle. Odore di sigarette spente nei posacenere, nel tappeto ai piedi del divano, odore di sigarette lasciate morire a metà, fuori e dentro i pacchetti stracolmi di cicche.
Tra una sigaretta e l’altra mandò giù altra vodka. Liscia, senza ghiaccio. Si muoveva come un fantasma per la stanza, qualche passo verso la camera da letto con i vestiti sparsi tra il comodino, l’armadio e le sedie. Un altro sorso di vodka.
Qualcuno bussò alla porta e, noncurante del fatto di essere vestita solo con una maglietta, uno slip e un paio di calze, si mosse per andare ad aprire, trascinando quelle caviglie sottili fino all’ingresso della stanza. Una volta aperta la porta se lo trovò davanti che neppure le aveva detto ciao e già le infilava la mano negli slip e lei lo sapeva che avrebbe fatto così, era la prassi, non ci fece caso. Chiuse la porta con la mano libera e con quella che sorreggeva il bicchiere si strofinò il naso. Neppure si sprecò a salutarla, e dopo aver ritratto la lingua fuori dalle sue orecchie le disse che stava esagerando, con la vodka, con le assenze dal lavoro, con tutto. L’unica risposta che ottenne fu un “mmmmm” mugugnato senza impegno. E solo mugugni continui ottenne per tutto il tempo che se la scopò, messi da parte i bicchieri di vodka. La cosa non pareva comunque dargli fastidio.

“Ancora vodka?”
“Mmmm” fu la sua risposta, mentre si alzava in piedi. E sorseggiò.
“In ufficio ho detto a tutti che ti sposi”
“Mmmmm”
“Ho improvvisato sul come l’ho saputo…”
“Mmm”
“… credo si aspettino un tuo invito, ora… “

Si rivestì, le lanciò un’ultima occhiata mentre Joanie, in piedi, completamente nuda, beveva un altro dei suoi bicchieri avvicinandolo alla bocca con quella mano appesantita dall’anello di fidanzamento. Era grosso, davvero grosso, su questo almeno Carl non aveva mentito, non aveva dovuto inventare. Troppo grosso per quelle dita lunghe e sottili. Troppo grosso per quel corpo esile e quei capelli neri. Troppo grosso per essere stato scelto da un uomo di buon gusto. A vederla così sembrava non le importasse, dell’anello, del matrimonio, di Carl che già l’aveva sputtanata in ufficio e di Carl che se la scopava per mantenersi in allenamento. Delle assenze dall’ufficio “non sto bene, ho un matrimonio da organizzare” aveva detto al capo, e il capo non se l’era sentita di negare a Joanie un po’ di tempo per sé, ché mai era mancata una volta, una volta soltanto, nemmeno nei suoi giorni post sbronza. Non le importava dell’aria che filtrava a malapena dagli infissi del bilocale, quanto tempo era che non apriva una finestra, due, tre settimane, dei piatti lasciati ad annegare in un lavandino pieno di resti di cibo. Della puzza e della tristezza non le importava. Quello spazio pieno di foto, di una donna felice con intorno amici e parenti, di una donna giovane con una vita da percorrere, con una laurea da conquistare, con una nuova storia da vivere, con ricordi. Adesso lo specchio non la rifletteva più, quella donna.

Carl se ne andò dall’appartamento senza salutare, chiuse la porta dietro di sé e scese giù per le scale. Si fermò in libreria per comprare uno di quei giornaletti da colorare al suo bimbo più piccolo. Gliene portava spesso, gli veniva comodo acquistarne uno ogni volta che passava da quelle parti.
Lei rimase sola, a ciondolare avanti e indietro e a mugugnare, sola, come quando Carl era sopra di lei, sola con i bicchieri. “mmmm”. La testa non le suggeriva nient’altro.

3.

“Joanie non sta bene” solo questo ci aveva detto il capo.
Qualche giorno di ferie, qualche altro di malattia, un terzo matrimonio da organizzare, se non vuoi fare concorrenza a Liz Taylor devi fare almeno che sia la volta buona, la volta buonissima. O se non altro devi godertelo, giusto. Che fai, tu a lei ci pensi come a un’amica, una sorella, qualcuno da proteggere, con le sfortune che hai avuto, povera Joanie. Le tieni i capelli mentre infila la testa nel cesso e vomita ubriaca, la ascolti intonare i soliti ritornelli sui suoi matrimoni. Ti fa stizza faccia pompini al capo. Ma se si sposa, se è amata, va bene così. Quindi magari disturbo, o magari le fa piacere, non abbiamo notizie di lei ma a me importa, importa eccome sapere come sta, congratulazioni, ti sposi, come vanno i preparativi?
Un mazzo di fiori non credevo costasse tanto. Il fioraio ci ha messo dentro di tutto, roselline beige, fiorellini bianchi e poi quei fiori che si portano ai morti, quelli che lasciano tutta la polverina gialla tra le mani se li tocchi, non sono un intenditore, ha avvolto tutto in una rete rosa, a Joanie piace il rosa, e me l’ha messo tra le mani ché con le mani impegnate non sapevo come tirare fuori dalla tasca il portafoglio.
La casa di Joanie so dov’è, l’ho accompagnata diverse volte, la porta mai chiusa col passante, giravi il pomello e via, eri dentro in un attimo ché tanto “se pure entrassero i ladri cosa vuoi che ci trovino? Al massimo possono rubarmi un po’ della mia solitudine” aveva detto con la bocca acida di succhi gastrici e io avevo sorriso e non sapevo che ribattere. Quel sorriso era stato per lei la più grande conferma del fatto che se i ladri fossero entrati in casa l’avrebbero alleggerita di un bel peso.
Quando sono entrato in casa pensavo di fare il ladro, di portarle via tutto ciò di cui non aveva più bisogno, per amicizia, per amore, che ne so. Ma lei era lì. Distesa sul divano che dormiva, o sembrava dormisse. Tu entri da ladro e ti trovi davanti il padrone di casa, ti blocchi, sai com’è di questi tempi, magari ha una pistola e ti spara dritto al petto, fottuto bastardo non avrai la mia roba. Poteva essere sotto la doccia, giuro che non so perché sono entrato senza bussare. È che lei era distesa con un braccio a penzoloni, giù dal divano, addosso solo una maglia sgualcita e sudata, ma dormi Joanie?
Respiri Joanie?

Lo ricordavo diverso, l’appartamento. Lo ricordavo pulito e profumato che mi sembra di aver sbagliato indirizzo, cicche ovunque, bicchieri ovunque, unto ovunque, flaconi vuoti ovunque, Joanie, dio mio, che ti è successo? Respirare sì, respira. È solo un fiato leggero che puzza di vodka e abbandono ma è viva, Joanie, non si sveglia e ci sto provando a svegliarla colpevole di essere entrato senza aver ricevuto invito a farlo.
Se non ti avvicini nemmeno ti accorgi che respira e io mi avvicino e lo sento che è ancora viva, ma come ti sei ridotta, a un passo dalla tua nuova felicità volatile. Dimmi almeno “buongiorno Kennedy”, paresi facciale, e io ti rispondo buongiorno Joanie, se ora prendessi il telefono potrei chiamare un’ambulanza e farti portare via. Il telefono, quel telefono che tiro fuori dalla tasca dei pantaloni mentre ti guardo triste e rammaricato di non averti impedito di arrivare a questo punto. Mentre ti accarezzo i capelli lisciati, mentre la mia mano sfiora il tuo collo e scende verso il tuo seno e poi più giù, Joanie, porcellana raffinata e fragile, bambola di carne senza sorriso.
Senza trucco Joanie è quasi bella, senza quella voce stridula e la paresi facciale Joanie è bellissima. Senza niente indosso Joanie mi toglie il respiro. Senza parole, lei, senza respiro io. Che mi chino verso di te e ti bacio su una spalla e metto via le mie scarpe e i miei pantaloni e ti immagino godere della mia presenza. A spingerti così sei ancora più bella, Joanie, non ti hanno capito, non ti hanno voluto, ma ti prendo io, per un attimo. E rimango in silenzio con te, non parlo, non parli. Soffoco in gola quel gemito di piacere ché ho paura di svegliarti e mentre mi rivesto ti guardo e continui a dormire in pace, beata, e mi affretto a scendere le scale, ché qualcuno potrebbe venire a cercarti.

La strega

maggio 11, 2012

Aperta la portiera del taxi scese giù e si ritrovò in un paese che a stento riconosceva. Quanti anni erano passati, venti, forse ventuno. Tutto era cambiato, anche i suoi capelli. Non stavano più aggrovigliati in quelle trecce che l’umido rendeva simili ad arbusti di mirto, adesso erano neri, lucidi, e corti.
“I soldi non sono un problema, quanto le devo?”
E si interrogò sul perché prima di chiedere quanto le devo avesse detto i soldi non sono un problema. Il tassista non aveva proferito parola, le sembrò di aver fatto una cafonaggine imperdonabile. Porse cento euro, si scusò e se ne andò senza prendere il resto.

Ad aspettarla sulla soglia della porta un praticante dello studio notarile che l’aveva contattata.
“Benarrivata signora.”
La accolse con un sorriso e una stretta di mano alquanto informale.
Rispose ciao ed entrarono in casa.
La polvere era dappertutto, sulla credenza della cucina fino al pavimento, nel muro del bagno in cui si mischiava alla muffa e nella porta che dava sul cortile, dove i cadaveri dei gatti erano stati spostati da poco e se ne sentiva ancora l’odore.

Sistemò la valigia vicino al tavolo di quella che era stata la piccola sala da pranzo ma che era diventata nient’altro che cibo per tarli e si guardò intorno.

“Quando è morta?”

“Due mesi e mezzo fa. Ma il corpo… sì, insomma, viveva da sola. L’hanno trovato solo quattro settimane fa, sa, l’odore, con questo caldo poi…”

“Mi lascia qualche minuto da sola?”

“Tutto il tempo che vuole signora, io sto fuori, faccio delle chiamate, poi andiamo allo studio”

e chiuse la porta dietro di sé. Il praticante era goffo e gentile ma sudato, ci saranno stati trentacinque gradi là fuori, tutto come vent’anni prima, solo che non c’era più la polvere davanti all’ingresso. Adesso c’era una strada, c’era il catrame che puzzava di caldo.

Era proprio come se la ricordava, la casa; solo più sporca e invecchiata, no, non sporca, sudicia, adesso era sudicia

“ma c’è stato dentro un cadavere”

L’altra volta che c’era stata invece era più pulita; buia, tetra, ma pulita. Per nulla accogliente ma pulita. Era stata l’unica dei bambini del paese ad entrarci, forse anche l’unica tra gli adulti, si era sempre chiesta se fosse stato perché era straniera, perché le mancava quel forte accento marcato che gli altri bambini avevano, anche Salvatore. Tutte le notti d’estate si ritrovavano là fuori, davanti al portone di quella casetta costruita con pietre grigie affianco alla facciata della chiesa. A volte lanciavano sassolini, altre volte semplicemente si appostavano davanti, nascosti dietro qualche muretto, per vedere se la strega (così la chiamavano, con quegli appellativi tristi e feroci che solo i bambini sanno dare) ogni tanto, guardasse oltre il portone.

“mia mamma dice che i gatti che scompaiono in paese è perché lei li rapisce e se li mangia.”
“se li mangia?”
“sì, se li mangia. Li butta dentro una pentola piena di acqua bollente e li fa cucinare, con il pelo. Poi leva il pelo e con quello ci fa delle magie cattive, ce le fa a tutti”

Ogni estate la stessa cosa: tornava nel paese della madre e giocava con i bambini che invece abitavano in paese tutto l’anno e stava a sentire le storie che riguardavano quella donna, facendosi impaurire dalle loro stesse parole.
In città non aveva mai ascoltato racconti del genere, la sua città in estate non era divertente, le piaceva tornare al paese della mamma e correre in quelle stradine fatte di polvere e sporcarsi le trecce e indossare i sandali. A tredici anni però aveva smesso di tornarci, le estati aveva preso a trascorrerle con i suoi in qualche località di mare ogni volta diversa.

“io non ci credo che si mangia i gatti”
Salvatore la guardava “Maria, non solo se li mangia, ti dico. Ci fa anche le magie cattive, a tutti”
Maria era il nome di sua nonna, la madre di sua madre. A sua madre piaceva, a suo padre un po’ meno e infatti aveva anche un secondo nome che era Francesca ma nessuno dei bambini lo conosceva. Quando sua madre rimase incinta di suo padre fu durante un’estate anche quello, poi suo padre portò sua madre via con sé dall’isola, la portò in continente e la sposò.

Anche la vecchia aveva avuto una figlia. Glielo aveva raccontato sua madre giusto qualche anno prima, di come la strega, quando era molto giovane, fosse rimasta incinta di un uomo sposato che passò nel paese per fare affari, vi rimase due anni e poi se ne andò. Lei promise che non avrebbe mai preteso nulla da lui, in cambio voleva dove vivere con la bambina, al resto ci avrebbe pensato nel tempo. Ebbe la casa. La bambina nacque morta, ma la casa era già sua.
Ed era la casa che desiderava, affianco alla chiesa dove non entrava più per pregare, perché le persone come lei non erano gradite al parroco, ma dalla quale sperava di sentire la messa della domenica solo poggiando l’orecchio sui muri di separazione. Quello che mangiava glielo portava una suora e quando morì anche la suora nessuno sapeva spiegarsi come mangiasse. Nessuno l’aveva mai vista uscire di casa e forse per questa ragione si diceva si mangiasse i gatti del paese.

Il giovanotto dello studio notarile la aspettava seduto in macchina con l’aria condizionata accesa, eppure continuava a sudare dalla fronte e da sotto il naso. Quando la vide avvicinarsi scese dalla macchina, le aprì la portiera, sistemò la sua valigia nel portabagagli e furono pronti a dirigersi allo studio. Il viaggio durò una ventina di minuti, interminabili. Guardava fuori dal finestrino mentre rispondeva per monosillabi al giovanotto
“certo che dev’essere rimasta sorpresa eh, le ha lasciato una casa, non eravate nemmeno parenti…”
“già..”
“… ha già pensato cosa fare? … quanto tempo è passato da quando l’aveva conosciuta?…”

Il giovanotto smise di fare domande e lei continuava a guardare la strada e i campi secchi. Aveva sete e caldo come quella sera, quando era con Salvatore, dietro il solito muretto e gli altri bambini non c’erano. A lei piaceva Salvatore, allora, quando aveva dodici anni. Perché era il trascinatore di quella compagine di marmocchi urlanti e maleducati, lei invece non doveva essere maleducata, mai, questo le avevano insegnato e questo era quello che faceva. Salvatore di anni ne aveva tredici, lei dodici e gli sorrideva sempre, anche quella sera che Salvatore la guardava fisso negli occhi e lei aveva desiderato che le schioccasse almeno un bacio sulla fronte.
Lui invece la baciò sulla guancia e le disse che voleva guardare sotto la sua maglietta bianca.
L’unica cosa che seppe fare fu chiedergli perché, e in cambio si sentì rispondere “perché così sarai la mia fidanzata”. E diventò rossa e in un misto di terrore e vergogna e imbarazzo gli fece guardare sotto la sua maglietta dove il suo seno era poco più di due brufoletti. Salvatore sbirciò dentro, rise, le disse “adesso siamo fidanzati”, poggiò le sue labbra sulla sua bocca completamente irrigidita, si voltò e si mise a correre verso casa sua.
Il giorno dopo non incontrò Salvatore se non nel tardo pomeriggio, sempre davanti alla casa della strega, mentre con gli altri bambini era impegnato a tirare le pietre contro il portone della donna. Appena la vide, Salvatore la indicò col dito e gridò “Maria ieri mi ha fatto vedere le tette! Maria ieri mi ha fatto vedere le tette!” e gli altri bambini giù a ridere sguaiatamente. Lei non aveva mai provato un tale senso di vergogna e rabbia come allora, voleva scomparire e si precipitò a bussare contro il portone della strega, “mi apra! mi apra per favore, mi apra” gridava. Il portone si schiuse, una donna con i capelli arruffati si scorse appena e la trascinò dentro e a Maria non sembrava vero di poter essere risucchiata in casa al riparo dalle urla.
Piangeva e la vecchia le diede un bicchiere d’acqua. Maria era in piedi, terrorizzata, la strega davanti a sé, incerta se bere quell’acqua “…e ci fa le magie cattive, ce le fa a tutti!”. Buttò giù tutto d’un sorso e si calmò.
“cosa ti hanno fatto?”
“Salvatore”
“cosa ti ha fatto”
“Ha detto a tutti … io gli ho fatto guardare sotto la maglietta … lo ha detto a tutti … ”. La casa era triste, grigia e piena di gatti. Ne contava almeno cinque intorno alla vecchia, tutti con la coda all’insù che si strusciavano contro la sua gonna lunga e larga, come quelle di tutte le altre donne del paese. Che poi a guardarla non sembrava così vecchia, solo un po’ spettinata.
“Come ti chiami?”
“Maria”
“ tu non sei di qua”
“no, mia mamma è di qua, noi però stiamo a Milano, mio papà lavora a Milano, è di Milano, veniamo qui in vacanza, dalla nonna”

“Maria, io una cosa ti dico: tu non sprecare il tuo amore, non sprecarlo mai. Il mio amore io lo do solo ai miei gatti.”

Maria annuì con la testa, rimase in silenzio a guardare come la strega accarezzasse i suoi gatti fino a che fu ora di cena e tutti i bambini furono a casa a mangiare così da non doverli incontrare di nuovo.

Non si ricordava se le avesse detto almeno grazie per l’acqua.

Il giovanotto parcheggiò, scese dalla macchina e si asciugò di nuovo il sudore. Scese anche lei e il giovanotto l’accompagnò fino alla stanza del notaio che l’accolse sorridendo bonariamente.
Il notaio le raccontò di come diversi anni prima si presentò da lui una donna mai vista prima che aveva bisogno di una mano per fare testamento, perché era una donna sola, non aveva più parenti prossimi e se li aveva non li conosceva. Il suo unico bene era una casa affianco alla chiesa e sapeva che il parroco si aspettava divenisse una proprietà dei religiosi del paese, non appena lei fosse morta, anche perché ogni settimana le regalava farina, latte, uova e qualche verdura, facendoli scivolare giù per il muro del cortile e in questo modo era sempre andata avanti negli anni.
“però quando ero più giovane, la messa, non la potevo seguire, ché le donne con giudizio non volevano la mia presenza e nemmeno il parroco, e io allora la casa, sa, non gliela lascio. E se non lo dico a qualcuno poi magari se la prendono”.

“lei mi deve ritrovare una persona” gli aveva detto. E si erano dati da fare, il notaio e il suo praticante, per risalire a quella bambina che tornava per l’estate al paese della madre ma abitava a Milano.

“era arrivata qui con la corriera, le altre volte siamo andati noi da lei. Abbiamo visto la casa, non pensavo neppure avrebbe mai pagato. Invece i soldi li aveva, ma niente più di quello che mi ha dato. Ecco, credo avesse solo la casa. E adesso è sua.”

Si perdeva mentre il notaio le spiegava ciò che era necessario fare per diventare a tutti gli effetti il proprietario della casa, avrebbe potuto anche rinunciarvi, benché lui le consigliasse di venderla, piuttosto. Rispose ”sì, certo” senza che il notaio le avesse posto alcuna domanda. Si salutarono con una stretta di mano e lei disse che si sarebbe fatta sentire quanto prima, ci avrebbe pensato, ma che aveva bisogno di fare una doccia e riposare.

Buttò finalmente un occhio al cellulare e alle chiamate cui non aveva risposto. Quando raggiunse l’albergo si premurò di richiamarlo.

“dove diavolo sei, ti chiamo da ore”
“sono in Sardegna, per la questione dell’eredità, ricordi?” era certa che non lo ricordasse. Quando hai da pensare a una moglie che dici di non amare, a due figli, a portarli in palestra e a danza, a comprare qualche gioiello nuovo, certi dettagli, alla fine, sei costretto a non ricordarli. Erano quattro anni che stavano insieme, ma solo nelle pause pranzo di lui e durante l’ora dell’aperitivo, di modo che per cena lui fosse sempre stato capace di ritrovarsi a casa, intorno alla tavola silenziosa della sua famiglia.

“quando torni?”
“per ora resto qui” e mentre concludeva la chiamata pensava che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata prendersi un gatto.

Stiamo bene così

aprile 17, 2012

“Guarda, davvero, non ti preoccupare stiamo bene così”

Mentre spostavo le coperte sul letto si lamentava del fatto che a) non avessi nemmeno stavolta preparato la colazione e b) era iniziata la stagione delle piogge.

Per quanto riguardava il punto a) avrei potuto provare con la solita strategia: “scusa, scusa tantissimo” e l’indomani prepararle una colazione di quelle che fai lo sforzo di scendere giù per le scale, andare incontro al primo bar sulla strada senza nemmeno esserti ancora lavato i denti e la faccia, scegliere il croissant più grosso e dorato (alla marmellata, chiaro) ritornare a casa, mettere la moka, il latte e svegliarla con un bacio, ma solo dopo esserti lavato i denti, “ehi, ti ho preparato la colazione”.

Per il punto b) non avrei potuto fare comunque niente, salvo regalarle l’ennesimo ombrello nuovo, o un paio di stivali, e non capivo dunque quale correlazione ci fosse tra la stagione delle piogge e il suo protestare “guarda, davvero, non ti preoccupare, stiamo bene così”.

Il giorno dopo mi sveglio alle sette e corro giù per le scale, veloce, mi fermo al primo bar che incontro sulla strada, e non è nemmeno vicino casa, le paste ci sono già, prendo per lei il croissant più grosso e dorato (alla marmellata, chiaro) e di nuovo corro, verso casa, risalgo le scale, metto sul fuoco il latte, metto sul fuoco la moka, mi infilo in bagno e sfrego lo spazzolino sui denti. Non so nemmeno perché lo faccio, lo faccio ogni volta che lamenta qualche mancanza, come se bastasse, come se la mancanza fosse solo mia.

Mi avvicino col vassoio in mano “ehi, ti ho preparato la colazione”. Lei mi guarda e mi chiede se piove ancora, se piove anche oggi, le dico “sì, non troppo, ma piove”. Mi fa cenno di spostarmi, scende dal letto e va verso lo specchio e con la faccia ancora gonfia mi dice “guarda che schifo i miei capelli, con tutto questo umido”.

(L’ho scritto quella volta di Occupy Barabba)

Una fetta di torta

aprile 12, 2012

Erano giorni che camminava e guardava negli occhi delle anime con le quali si scontrava, erano giorni che cercava gli occhi adatti. Giorni in cui continuava a osservarlo dalla vetrina della caffetteria, lui, mentre consumava del caffè e una fetta di torta. Finalmente decise di entrare e ordinare anche lei un caffè e una fetta di torta. Si sedette al bancone, affianco a lui. Lo guardò e sorrise, senza essere ricambiata dello sguardo né tantomeno del sorriso. Ma aveva scelto e senza alcun timore glielo chiese

ti andrebbe di innamorarti di me?

Mentre glielo chiedeva gli sorrideva con quell’azzurro che le illuminava il viso.
Lui si alzò e se ne andò, lasciando sul bancone la torta neppure addentata.

Lei terminò il caffè e la torta e riprese a camminare.

Al

aprile 7, 2012

Se non si fossero mai sfiorati, spogliati, le loro vite sarebbero andate avanti diversamente.

Lei avrebbe continuato a brillare sulle copertine patinate dei giornali, avrebbe continuato a indossare biancheria intima e farlo per tutti, se sta bene a me, donne, starà bene anche a voi. Avrebbe continuato a comparire nei canali a pagamento in piena notte. Avrebbe continuato a campeggiare sui cartelloni sul bordo delle strade. E avrebbe sorriso di un sorriso grande e aperto, non nascosto dagli occhiali come quando la si incontrava per strada.

Lui avrebbe continuato a guardarla e a pensare al modo per avvicinarla. L’avrebbe cercata nei canali a pagamento in piena notte e nei giornali, avrebbe comprato biancheria intima da donna e avrebbe continuato ad annusarla sentendoci il suo profumo.

Poi capitò che le chiese da accendere. Lui nemmeno fumava ma lei sì, su quel cartellone aveva la sigaretta tra le dita e lui si inventò fumatore per poterle parlare. Hai da accendere, le chiese, mentre il suo corpo coperto solo da un braccio e un perizoma faceva sbandare automobilisti in corsa. Hai da accendere, le chiese, mentre lei continuava a non sudare benché il sole bruciasse persino la carta sulla quale si poggiava. Le chiese hai da accendere e lei gli porse la sua sigaretta, lì, in quell’istante che fu così intimo che nemmeno gli automobilisti di passaggio se ne resero conto. Lui non si tirò indietro e aspirò, aspirò ma non tanto, per non tossire, e buttò fuori il fumo girando la faccia perché non le finisse addosso. Lui le sorrise e fu in quel momento che la sentì parlare, avvicinati, gli disse, avvicina il tuo orecchio. Lei sembrò non muoversi troppo, lui obbedì e il suo orecchio fu davanti alla sua bocca e dopo un morso quello che sentì fu un indirizzo. Il suo indirizzo. Lei gli aveva dato il suo indirizzo.

Sarebbe andato da lei, prima o poi, certo che sarebbe andato. Erano altri morsi all’orecchio, quello che voleva. Era non dover più acquistare lingerie femminile ma odorarla davvero, lei. E il suo odore sarebbe stato quello della pelle al sole, come su quel cartellone, come quando con quel braccio copriva il seno perché gli automobilisti non rischiassero di sbandare troppo.

Quando andò, la prima volta, quando suonò il campanello, aveva un mazzo di fiori in mano. Elegante, col sorriso stampato, un sorriso grande e aperto e i fiori, ché i fiori erano un’abitudine dimenticata. Lei non aprì. Forse non era in casa, forse era a girare per uno dei canali a pagamento, forse a farsi fotografare per una copertina patinata, per un cartellone pubblicitario con il braccio a coprire il seno. Forse era tutte queste cose.

La seconda volta che suonò il campanello pioveva, non portò con sé i fiori ma solo l’eleganza e il sorriso grande e aperto, e i pantaloni erano fradici e anche le scarpe e più si inzuppavano e più pensava che l’indirizzo era quello giusto, ma sarebbe stato difficile trovarla in casa, lei con i suoi impegni, lei che lo avrebbe riconosciuto vedendolo dallo spioncino della porta, l’uomo al quale diede un morso all’orecchio spingendosi oltre il cartellone. Sì che l’avrebbe riconosciuto.

 

Aspettò per giorni sotto la pioggia di vederla rincasare. Aspettò con i pantaloni zuppi e le scarpe fradice e poi fu fradicio anche il cappotto e zuppa anche la giacca, e i capelli e il sorriso grande e aperto.

E poi quel giorno lei fu in casa, ma non aprì. Non mi riconosci, le chiese lui. Ma lei tratteneva il fiato da dietro lo spioncino e no, non lo riconosceva. Lui le disse mi hai morsicato un orecchio, una volta, lo hai fatto, lei continuava a non fiatare, si allontanò dallo spioncino e chi era quello là fuori, se lo avesse morso anche solo per sbaglio se ne sarebbe ricordata. Chiamare la polizia era un’opzione che iniziava a considerare ma non lo fece: quel lui fuori dalla porta completamente bagnato di pioggia sembrava aver smesso. E lei guardò di nuovo fuori dallo spioncino e lui non c’era più. Forse lo avrebbe fatto, forse lo avrebbe detto alla polizia, forse avrebbe sporto denuncia.

Il giorno dopo lei si mise gli abiti più sportivi che aveva, una tuta da ginnastica, le scarpe da ginnastica e un cappellino, uscì di casa e sarebbe andata alla polizia ma lui comparve all’improvviso, sul pianerottolo, con gli stessi abiti fradici della sera prima, la spinse dentro di nuovo, chiuse la porta e la odorò. Lei non poteva nemmeno urlare con quella mano sulla bocca ma lui le promise di non farle del male. Le ricordò di come dal cartellone lei lo avesse guardato, gli avesse offerto la sua sigaretta per accendere e gli avesse mordicchiato l’orecchio prima di dargli il suo indirizzo come per dire vieni a trovarmi. Le spiegò della quantità di biancheria intima che collezionava e che annusava ogni giorno, che quindi no, non doveva avere paura, ma perché non mi hai aperto ieri sera, le domandò, e domandando le tolse la mano dalla bocca.

Perché non ti conosco, non so chi sei.

Mi hai morso l’orecchio, mi hai dato l’indirizzo

Io non so chi sei. Non l’ho mai fatto

e piangeva mentre lo diceva, per la paura, per il terrore, e perché lui la spogliava.

Voleva solo spogliarla e annusarla dappertutto come aveva fatto con la biancheria, come aveva fatto con le riviste, come aveva fatto con il cartellone, ci si era arrampicato una notte che nessun automobilista passava, e le aveva sfiorato il mento e aveva sentito l’odore della sua pelle di notte, quando il sole non brucia più.

Le levò via di dosso gli indumenti, uno per uno, e rimase la biancheria intima ma, con quella, lui già la conosceva. Le tolse tutto, ma la conosceva anche ricoperta solo di pelle, la vedeva, nei canali a pagamento, la sera. Togliti tutto le disse, e non c’era più niente da togliere. Lei si fece guardare e si fece annusare e lui le morse l’orecchio. La voleva spogliare ancora e ancora e le grattò via la pelle da sopra una spalla, poi prese quel coltellino che portava sempre con sé e le provocò un’altra ferita sotto la costola e iniziò a levarle ogni centimetro di pelle e mentre lo faceva le diceva che era bellissima. E le chiedeva di promettergli che da nessun altro si sarebbe mai fatta vedere così.

Arachidi

aprile 6, 2012

“Guardalo” lo stava guardando “non ti sembra un gatto?”

“No, non è un gatto, evidentemente. Sembra più una grossa arachide”

“Credo che mio fratello abbia del talento” – Ha sette anni, non talento, sette anni!-

“Non si è mai posto il problema, se essere o no un artista” – E perché mai avrebbe dovuto?! Ha sette anni!-

“Sono certa che abbia voluto comunicare qualcosa. Credo sia Carly, il gatto che avevamo in casa. È morto che Luca aveva… cazzo, quanti anni aveva? Tre, quattro. La psicologa ci aveva detto che poteva averne sofferto molto, benché non mostrasse segni di dispiacere; che lo avrebbe vissuto come un abbandono. Un abbandono, a quattro anni, sai, non è uno scherzo”

Non sapeva nemmeno perché ci stava ancora insieme. Per il sesso, forse; lei era capace di tirargli l’uccello come mai gli era capitato con nessun’altra. Non che ci fossero state molte altre, ma se ci fossero state non riusciva a immaginare che si potesse più di così. Oggettivamente, gli sembrava, sarebbe stato troppo.

“Ohh, i disegni dei suoi compagni di classe, insomma, guardali: la famigliola felice, la partita di calcio, l’aquilone… Oh Cristo… non sembra un aquilone, sembra più una vagina!”

La osservava camminare in mezzo ai corridoi della scuola elementare, muoveva il sedere come un San Bernardo, prima a destra, poi a sinistra, le gambe una davanti all’altra, due belle caviglie su dei buoni tacchi. Bella, era bella. Stronza, pure. Eccitante, sì, parecchio.

Solo che in mezzo ai disegni dei bambini qualcosa non quadrava. La sua gamba sinistra. La sua gamba sinistra era tozza, non era sinuosa come la destra. Aveva sì delle belle gambe, ma la gamba sinistra era terribilmente più gonfia e meno dritta della destra. Dall’attaccatura del femore il fianco mostrava un rigonfiamento e guardava bene ma no, sulla destra invece non c’era. La linea procedeva verso l’esterno e non si affusolava in prossimità del ginocchio. Enorme. La gamba sinistra adesso era enorme. Come aveva potuto non notarlo? D’un tratto gli sembrava più snello il prosciutto sul banco della salumeria.

-sei ingrassata-

Lei l’aveva sentito, si era voltata e c’erano buone probabilità che gli sarebbe saltata alla gola recidendogli la carotide con un morso, non fossero stati nei corridoi di una scuola.

“Che hai detto?”

“Niente, non ho detto niente.”

“Hai detto che sono ingrassata”

“Non affermavo che sei ingrassata, era più una domanda, insomma, potrebbe essere che tu sia ingrassata?”

“Nemmeno per idea, stronzo” e dicendoglielo gli si faceva sempre più vicino.

Se la sarebbe scopata lì, con genitori e bambini e maestre presenti, tra un passo per aule e corridoi, e uno sguardo a quegli sgorbi disegnati su fogli A4 colorati e appesi alle pareti, con temi come la mia famiglia, la mia mamma, la mia casa. Tutti grosse arachidi.